sabato 31 ottobre 2015

Il giuoco delle perle di vetro di Herman Hesse

“Hermann Hesse
Il giuoco delle perle di vetro
Saggio biografico sul Magister Ludi Josef Knecht
pubblicato insieme con i suoi scritti postumi
Traduzione di Ervino Pocar
Introduzione di Hans Mayer
© 1955 Arnoldo Mondadori Editore SpA Milano
© 1943 by Fretz und Wasmuth Verlag, Zurich
Titolo originale dell’opera: Das Glasperlenspiel”


Tuffo nel mio passato alchemico

Leggere questo libro è stato un po' come fare un tuffo nel passato, il mondo di Castalia e la sua ricerca di un perfetto equilibrio mi ha riportato subito alla mente la ricerca alchemica della pietra filosofale, ovviamente intesa nella sua accezione filosofica e non materiale. Ventun'anni fa scrissi la mia tesi sul tema dell'Alchimia nell'arte, all'epoca l'argomento mi affascinava parecchio e lo riportavo anche nei miei quadri; per questo mi sono sentita catapultata indietro nel tempo, anche perchè ormai mi sono ampiamente distaccata da certi argomenti anche dal punto di vista pittorico. Non che la ricerca dell'equilibrio non permanga, ma è una ricerca diversa, non più basata sull'aspirazione alla perfezione e ad un linguaggio criptico, bensì basata maggiormente su un'esperienza umana, sullo stare nel mondo, o almeno nel provarci. In questo cammino di avvicinamento alla realtà mi sento vicina al Magister Josef Knecht, che ad un certo punto abbandona il mondo della ricerca della perfezione per gettarsi nella "vita vera", purtroppo pagandone caro lo scotto.
Questo è un libro complicato, leggibile a molti livelli di conoscenza, credo che quanto maggiore sia la nostra cultura nei vari campi del sapere e tanto maggiore sarà la possibilità di ricavare piacere e decifrare quanto più possibile da questo romanzo; tuttavia penso che alla fine, scarnificando la storia da tutti i suoi valori simbolici, il succo centrale resti uno e sia piuttosto semplice: il bilanciamento tra astrazione e realtà. La mia personale interpretazione di questo romanzo è che l'uomo sia alla costante ricerca di un equilibrio, e per fare questo può adottare diversi sistemi, siano essi di natura filosofica, religiosa, alchemica e quant'altro. Il raggiungimento di questo equilibrio tuttavia non è semplice, soprattutto se si vuole rimanere presenti alla realtà in cui viviamo. Nel mondo di Castalia si arriva ad ottenere una centratura del sé, una perfezione in quanto si rimane fuori dal mondo, lo si guarda a distanza senza farsene toccare. Ma è giusto questo prezzo da pagare in nome di una serenità perfetta? Di una calma interiore? Possiamo vivere fuori dal mondo, dalla realtà che ci circonda? Bella domanda. Forse qualcuno ci riesce, io sicuramente no. Spesso mi rendo conto di non saper affrontare le difficoltà della vita, le brutture che mi pone davanti agli occhi ogni giorno, e tendo ad isolarmi nel mio mondo, non voglio vedere, non voglio sentire, non voglio sapere, per preservarmi e per preservare un minimo di pace interiore. Ma alla lunga non è possibile, prima o poi la realtà mi arriva addosso e mi travolge, e mi rendo conto che la serenità apparentemente acquisita non era vera. Non è possibile vivere completamente fuori dal mondo. La sfida credo che sia riuscire a trovare una centratura restandoci dentro a questo mondo, e questo sì che è difficile. Purtroppo il nostro protagonista non appena viene in contatto con la realtà esterna muore, non sapremo mai se sarebbe riuscito a trovare una pace anche fuori da Castalia ( o forse l'ha trovata prorio nel momento in cui ha deciso di uscire fuori dal circolo protetto in cui ha vissuto tutta la vita?) e qui Hesse vuole forse darci un avveritmento? Vuole forse dirci che vivere in un mondo protetto non ci prepara alla vita vera? Non lo so. Mi rendo conto che commentare questo libro è davvero troppo difficile, e l'unico modo in cui riesco a farlo è dare la mia personalissima e semplicissima opinione, esprimere soltanto ciò che mi ha suscitato, i pensieri e le riflessioni che mi ha spinto a fare, e nulla più; se cercate una spiegazione filosofica di alto livello cercate altrove, io sono solo una persona alla ricerca, che ama leggere e che si tormenta ogni giorno per raggiungere una leggerezza ed un equilibrio che non riesce a trovare.
Per finire vorrei dire che, seppur non amando Hesse in modo particolare, devo ammettere che è di una bravura sconcertante, se non altro perchè è riuscito a scrivere un romanzo che sembra reale, dove i personaggi appaiono realmente esistiti; per non parlare del fatto che è riuscito ad inventare un gioco senza inventarlo davvero, il guioco delle perle di vetro, lo ha descritto senza descriverlo, senza dire più di tanto, facendo solo intuire e rendendo il lettore un povero ignorante inadeguato a far parte del mondo degli eletti.


Citazioni

“ Per me e per tanti altri la meta suprema
e più nobile consiste nel raggiungere questa serenità.
La trovi anche in alcuni padri che stanno a capo dell’Ordine. Non è frivolezza né compiacimento di sé, ma suprema conoscenza e supremo amore, è affermazione di ogni realtà, è veglia sull’orlo di tutti gli abissi, è una virtù dei santi e dei cavalieri, è indistruttibile e non fa che accrescersi con l’età e con l’approssimarsi della morte. E il segreto del bello e la
vera e propria sostanza di ogni arte.”

“«Vorrei parlarti ancora della serenità, sia delle stelle sia dello spirito, sia di noi castalii. Tu provi un’avversione contro la serenità, probabilmente perché hai dovuto percorrere una via di tristezza, e ora ogni schiarita, ogni buonumore, specialmente questo nostro di Castalia, ti sembra puerile e superficiale, magari codardo, un modo di fuggire gli orrori e gli abissi della realtà per un mondo limpido e ordinato di mere forme e formule, di mere astrazioni e smussature<...> Per me e per tanti altri la meta supremae più nobile consiste nel raggiungere questa serenità.
La trovi anche in alcuni padri che stanno a capo dell’Ordine. Non è frivolezza né compiacimento di sé, ma suprema conoscenza e supremo amore, è affermazione di ogni realtà, è veglia sull’orlo di tutti gli abissi, è una virtù dei santi e dei cavalieri, è indistruttibile e non fa che accrescersi con l’età e con l’approssimarsi della morte. E il segreto del bello e la vera e propria sostanza di ogni arte. ”


“Questa avversione mista di superbia e di indifferenza a occuparci della storia universale mi
ha spinto più volte a fare indagini per scoprirne le cause. Credo di averle individuate: in primo luogo il contenuto della storia - non parlo beninteso di quella spirituale e culturale che tra noi è molto coltivata - ci sembra, dirò così, di scarso valore: la storia universale consta fin dove ne abbiamo un’idea di lotte brutali per il potere, per il possesso di terre e materie prime, per
il denaro, insomma per cose materiali e valori quantitativi che noi consideriamo contrari allo spirito e piuttosto spregevoli. <...> “E se ora ci poniamo di fronte alla storia universale, soprattutto alla moderna, quasi come gli eremiti e gli asceti del primo cristianesimo stavano di fronte al teatro del mondo, lo dobbiamo alla nostra superbia spirituale. La storia ci sembra un’arena degli istinti e delle mode, delle brame e dell’avarizia, dell’avidità di potere e della smania di
uccidere, della potenza, delle distruzioni e delle guerre, dei ministri ambiziosi, dei generali mercenari, delle città bombardate, e dimentichiamo troppo facilmente che questo è soltanto uno dei suoi numerosi aspetti.
Soprattutto dimentichiamo che noi stessi siamo un brano di storia, siamo divenuti e condannati a estinguerci quando perdessimo la facoltà di divenire e di trasformarci. Noi stessi siamo storia e abbiamo la nostra parte di responsabilità nella storia universale e nel posto che vi occupiamo. Troppo ci manca la coScienza di questa responsabilità.”



Passi di: Hermann Hesse. “Il Giuoco Delle Perle Di Vetro”

venerdì 23 ottobre 2015

I giorni dell'abbandono: storie lasciate a metà.

 Il processo

Di Franz Kafka

Editore: Einaudi (ET Classici)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 259 |

Isbn-10: 8806223429 | Isbn-13: 9788806223427

Traduttore: Primo Levi



Un capolavoro se si riesce a leggerlo.
Ieri sera mi appresto a prendere finalmente in mano "Il processo" di Kafka, sapendo già che sarà angoscioso e come finirà, con che cuore mi accingo a leggere questo libro? Leggendo la trama e la nota del traduttore già mi sento catapultata in un atmosfera da "Fahrheneith 451" o "1984" ma inizio a leggere.
Dopo venti pagine il senso dell'assurdo, di impotenza, d'incomprensione e di angoscia mi hanno già travolta.
Chiudo il libro ma non riesco a dormire.
Provo a contare le pecore, come mi ha insegnato mio marito, ma su di me non funziona.
Dopo una notte agitata penso che forse il messaggio lo si capisce già dalle prime pagine e non è necessario continuare una lettura che mi da così fastidio... forse è un libro da leggere il giorno.
Decido di abbandonarlo, con dispiacere e facendo tanto di cappello all'autore che è riuscito nel suo intento disturbante.

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L'ultima Contessa di famiglia di Antonio Barolini




Editore: Feltrinelli (I narratori; 124)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 311 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000217798 | Data di pubblicazione: 20/03/1968 | Edizione 1




Rilassante, anche troppo. 


Abbandonato dopo aver letto sette racconti. Il libro è scritto in modo piacevole ma non l'ho trovato eccessivamente interessante o stimolante. Si tratta di una serie di ricordi familiari nei quali ho riscontrato più la dolcezza del ricordo, la piacevolezza che si potrebbe avere se si facesse parte della stessa famiglia nell'ascoltare le storie dei propri avi; ma non facendo parte di questa famiglia, da lettrice esterna sinceramente non mi hanno appassionato e alla lunga mi stavo annoiando. Dei sette che ho letto quello che mi è piaciuto forse di più è il primo, più ironico forse ma soprattutto ambientato in America e per questo narrante atteggiamenti a me ignoti e che mi incuriosivano maggiormente.

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Il soccombente di Thomas Bernhardt


Traduzione di Renata Colorni
1999, 9ª ediz., pp. 186 
isbn: 9788845914935








Pensai. 

No, non ce la faccio. Questo libro è un'istigazione al suicidio per ogni artista che non sia un genio, ed io un genio non lo sono... ma non voglio né suicidarmi né smettere di dipingere.
Inoltre questo intercalare continuo del verbo "pensai" mi ha reso quasi isterica.
No, non è un libro per me.
Proverò altro di questo autore perché un amico me ne ha parlato benissimo, sperando in qualcosa di diverso da "Il soccombente".


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venerdì 16 ottobre 2015

Oblomov di Ivan Goncharov


Oblomov 
La biblioteca di Repubblica - Ottocento, 41


Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso





Perplessitudine  


Questo romanzo mi ha lasciata perplessa, posso con sincerità affermare che non l'ho capito, seppur alcuni passaggi mi siano sembrati splendidi.
In "Oblomov" ho trovato sia la bellezza delle cose immutabili, ovvero quelle che appartengono all'umanità indipendentemente dall'epoca in cui la storia si svolge, e la bellezza incomprensibile dei pensieri legati ad un'epoca ben precisa. Alcuni concetti, preoccupazioni, dialoghi sono vincolati ad una cultura e ad un'epoca ben precisa di cui conosco poco, e ho trovato difficoltà a comprendere certi tormenti derivanti da usanze e convenzioni adesso non più attuali; dopo certe elucubrazioni dei personaggi a me veniva da chiedere: dov'è il problema? Non capivo proprio il perché di certi tormenti. Altri passaggi invece li ho trovati bellissimi, quelli che ho potuto ricondurre all'universalità dei sentimenti, forse perché ho potuto capirli, assorbirli e assimilarli a sensazioni che io stessa provo od ho provato.
L'inizio del libro è stato sconfortante, di primo acchito Oblomov mi è apparso come un'essere inutile, un uomo che ogni donna deve pregare di non ritrovarsi accanto; per una persona attiva mentalmente come me pensare ad un personaggio che dormicchia  giornate intere, privo di stimoli e interessi è devastante, poi per fortuna la storia è cambiata, non che Oblomov sia diventato il re della pienezza della vita ma almeno ha provato a vivere. Ho cominciato a non detestarlo quando il racconto ci ha offerto una spiegazione del perché il suo carattere si sia forgiato con questa quasi assenza di tempra, ed ho provato per lui pietà e immedesimazione quando ho letto che "Gli sterili rimpianti del passato, i cocenti rimproveri della coscienza, lo pungevano come spine." Io stessa per prima non sono stata all'altezza delle mie potenzialità, io pure ho sprecato tempo quando ero giovane ed avevo le energie per poter impostare la mia vita diversamente, io pure sono stata allevata nella bambagia incapace di affrontare sacrifici e dolori... chi sono io per giudicare Oblomov?

“Si sentì triste e addolorato pensando che lo sviluppo della sua forza morale si era arrestato, che un senso dipesantezza lo impacciava di continuo; <...> Al tempo stesso, egli aveva la dolorosa sensazione che dentro di lui fosse racchiuso, come in una tomba, un principio bello e luminoso, che forse era già morto, oppure era imprigionato come l'oro nelle viscere di una montagna, mentre da un pezzo quell'oro avrebbe dovuto trasformarsi in moneta corrente.
Ma quel tesoro era sommerso da uno strato spesso e pesante di rifiuti e di detriti. Era come se qualcuno avesse rubato, e sepolto in fondo alla sua anima, tutti i tesori che il mondo e la vita gli avevano donato. Qualcosa gli impediva di lanciarsi nella lizza della vita e di percorrerla spiegando le ali dell'intelligenza e della volontà.” (Passi di: Goncarov. “Oblomov”)

Andando avanti addirittura mi sono ritrovata a pensare che in fin dei conti il protagonista anelava soltanto a ciò che molti di noi vogliono: una vita tranquilla. Quello che non ho capito è se poi questa tranquillità da lui raggiunta gli abbia portato un po' di felicità oppure se sia rimasto insoddisfatto fino alla fine per il suo primo perduto amore, se si sia accontentato o se realmente abbia goduto della dedizione incondizionata della donna che gli è stata accanto tutta la vita e che gli ha dato anche un figlio.
Come tutti i grandi romanzi anche qui ci troviamo comunque davanti ad una storia corale, non è Oblomov l'unico protagonista. Goncharov da ampio spazio anche ad Olga ed ai suoi pensieri, alla sua maturazione, al suo rapporto prima con Oblomov e poi con Stolz, e anche a personaggi secondari ma importanti. I dialoghi sono intensi, complessi e citarli e analizzarli tutti richiederebbe una tesi e non un semplice commento, un lavoro che non posso e non ho energie per fare, e comunque in fin dei conti i commenti servono a fissare poche cose importanti, ad invogliare chi li legge a prendere in mano il libro originale e ascoltare ciò che ha da dire, fare un riassunto sarebbe inutile e dannoso. Sicuramente arrivata alla fine il personaggio che ho amato di meno è  Stolz, colui che incarna l'uomo aitante e positivo, forse perché fra tutti è quello che appare meno tormentato, colui che con il suo pragmatismo risulta meno sensibile alle torture della vita, colui che mi è meno affine ma che forse risulta l'uomo da avere accanto, perché comunque si tratta di una brava persona.

Io mi fermo qui, lascio solo una parte delle citazioni di frasi che mi hanno colpito, nella speranza che rendano l'idea minima di cosa sia questo romanzo e che ne stimolino la lettura.

Per la precisione voglio specificare che le citazioni qui riportate derivano dalla digitalizzazione dell'edizione citata in testa al post, ma che ho anche ascoltato la lettura del podcast di "Ad alta voce" di Radio 3 derivante da una diversa traduzione.

Citazioni

"«L'istruzione è dannosa per il contadino: istruiscilo, e lui non vorrà più arare...»."

"Egli sarebbe fuggito in preda al panico da una donna che ne avesse posato su di lui uno sguardo ardente, o che si fosse abbandonata sulla sua spalla gemendo e con gli occhi chiusi, e poi, una volta tornata in sé, gli avesse cinto il collo con le braccia fino a soffocarlo... Questo è un fuoco d'artificio, è l'esplosione di un barile di polvere; e come ti lascia? Assordato, accecato e con i capelli abbruciacchiati!"

“«Fare qualcosa! Certo, si può, quando c'è uno scopo. Che scopo ho io? Nessuno».
«Lo scopo è vivere».
«Quando non si sa perché si vive, si vive così, come capita, un giorno dopo l'altro; ci si rallegra che sia passata una giornata e sia arrivata la notte, e si affoga nel sonno il tedioso interrogativo: perché si è vissuto oggi, perché si vivrà domani?».”

"Io so che l'amore è meno esigente dell'amicizia», disse Stolz. «Spesso è anche cieco, e non si cura dei meriti: è sempre così."

“«Sì, infelice forse perché... sono troppo felice!»” <...> “Vedi come mangio, cammino, dormo, lavoro. All'improvviso mi scende addosso un non so che, una specie di malinconia... è
come se alla vita... mancasse qualche cosa... No, non ascoltarmi: sono sciocchezze...».
«Parla, parla!», insisté lui con vivacità. «Dunque, alla vita manca qualche cosa: che altro?».
«A volte mi sembra di avere paura», proseguì Ol'ga. «Che tutto possa cambiare, finire... non so! Oppure mi tormenta un pensiero stupido: che ci sarà ancora? Cos'è questa felicità... cos'è tutta la vita...», parlava a voce sempre più bassa, vergognandosi delle proprie domande, «tutte queste gioie, i dolori,... la natura...», sussurrò, «tutto mi trascina chissà dove; ”

"Le ricerche di un'intelligenza viva e fervida varcano talvolta i confini stessi della vita e
poiché non trovano risposta, come è naturale, ecco che compare la tristezza... una momentanea insoddisfazione... È la tristezza dell'anima che vuole carpire alla vita il suo segreto... Forse è questo che ti succede... Se così fosse, non si tratta di sciocchezze»."

"quando si è all'apice della felicità, quando non si hanno più rozzi desideri. Essi non assillano una esistenza comune: non entrano dove c'è dolore e bisogno; le masse ignorano questa nebbia di dubbi, questi interrogativi angosciosi... "