martedì 22 dicembre 2015


Memorie di Adriano
Seguite dai taccuini di appunti
Di Marguerite Yourcenar
Editore: Einaudi (Gli Struzzi, 340)
Numero di pagine: 330 | Formato: Paperback  Isbn-10: 8806600117 | Isbn-13: 9788806600112



 

Un ascolto tormentato


Premetto che in realtà non ho letto il libro ma ho ascoltato la versione audio di Ad Alta Voce di Radio Tre supportandomi con l'ebook. Solitamente udire l'audiolibro è la stessa cosa che leggere un cartaceo ma in questo caso credo che il tomo sia stato leggermente ridotto, tuttavia, ridotto o no, non cambia la percezione della grandiosità di quest'opera. Purtroppo la mia lettura-ascolto è stata tormentata dall'inserimento di una dose eccessiva di musiche che ho trovato detestabili e che a tratti mi hanno realmente irritato il sistema nervoso, un conto è inserire qualche piccolo intermezzo musicale, un altro è su venti minuti di lettura inserirne dieci di musiche angoscianti... ma passiamo oltre.
Questo testo è un vero capolavoro letterario, la Yourcenar fa sembrare quasi reale questo memoriale sia per la profonda conoscenza dell'antichità sia per l'esposizione chiara e sontuosa dei concetti. Sicuramente ci sono delle incongruenze o delle affermazioni troppo profetiche perchè possano sembrar  pensate realmente in quell'epoca, ma a dire il vero non importa molto e questo avvertire che la storia è stata scritta in epoca moderna non rovina l'effetto veridico e soprattutto non ne inofficia la validità letteraria.
Sicuramente "Memorie di Adriano" non è una lettura leggera e, nonostante le accuse mosse all'audiolibro ascoltato, credo che se avessi dovuto leggere la versione cartacea la sera prima di dormire forse avrei desistito. 

CITAZIONI

“difficile rimanere imperatore in presenza di un medico; difficile anche conservare la propria essenza umana: l'occhio del medico non vede in me che un aggregato di umori, povero amalgama di linfa e di sangue”

“Chiunque può morire da un momento all'altro, ma chi è malato sa che tra dieci anni non ci sarà più. ”

“Che cos'è l'insonnia se non la maniaca ostinazione della nostra mente a fabbricare pensieri, ragionamenti, sillogismi e definizioni tutte sue, il suo rifiuto di abdicare di fronte alla divina incoscienza degli occhi chiusi o alla saggia follia dei sogni? L'uomo che non dorme da qualche mese a questa parte ho fin troppe occasioni di constatarlo su me stesso si rifiuta più o meno consapevolmente di affidarsi al flusso delle cose.”

“Non mi è mai piaciuto guardare le persone che amavo mentre dormivano: si riposavano di me, lo so bene; mi sfuggivano, anche. E non c'è uomo che non provi vergogna del proprio viso, guasto dal sonno.”

“Considerata in se stessa, questa giovinezza tanto vantata il più delle volte mi appare come un'epoca ancora rozza della nostra esistenza, un'età opaca e informe, malsicura e fuggevole.”
“Non tutto era bello in quell'avvento d'una classe media laboriosa che s'affermava a sostegno d'un cambiamento di regime imminente: l'onestà politica vinceva la partita ma si serviva di stratagemmi alquanto loschi. <...> gli uomini nuovi, ai quali mi legavano vincoli di famiglia, forse non erano poi tanto diversi da quelli che si accingevano a soppiantare: erano, più che altro, meno insudiciati dal potere.”

“La morale è una convenzione privata; il decoro è una faccenda pubblica: qualsiasi licenza allo scoperto m'ha fatto sempre l'effetto d'un'ostentazione di bassa lega”
“Bisogna che lo confessi: credo poco alle leggi. Se troppo dure, si trasgrediscono, e con ragione. Se troppo complicate, l'ingegnosità umana riesce facilmente a insinuarsi entro le maglie di questa massa fragile, che striscia sul fondo. Il rispetto delle leggi antiche corrisponde a quel che la pietà umana ha di più profondo; e serve come guanciale per l'inerzia dei giudici. Le leggi più antiche non sono esenti da quella selvatichezza che miravano a correggere, le più venerabili rimangono ancora un prodotto della forza. La maggior parte delle nostre leggi penali e forse è un bene non raggiungono che un'esigua parte dei colpevoli; quelle civili non saranno mai tanto duttili da adattarsi all'immensa e fluida varietà dei fatti. Esse mutano meno rapidamente dei costumi; pericolose quando sono in ritardo, ancor più quando presumono di anticiparli. E tuttavia, da questo cumulo di innovazioni pericolose e di consuetudini antiquate emerge qua e là, come in medicina, qualche formula utile. I filosofi greci ci hanno insegnato a conoscere un po' meglio la natura umana; i nostri migliori giuristi da qualche generazione rivolgono le loro cure nella direzione del senso comune. Ho posto in atto anch'io talune di quelle riforme parziali che sono le sole durevoli. Ogni legge trasgredita troppo spesso è cattiva; spetta al legislatore abrogarla o emendarla, per impedire che il dispregio in cui è caduta quella stolta ordinanza si estenda ad altre leggi più giuste. Mi proposi d'eliminare cautamente le leggi superflue e di promulgare con fermezza un piccolo numero di saggi decreti. Sembrava giunta l'ora di riesaminare, nell'interesse dell'umanità, tutte le prescrizioni antiche.”

“Non credo che alcun sistema filosofico riuscirà mai a sopprimere la schiavitù: tutt'al più, ne muterà il nome. Si possono immaginare forme di schiavitù peggiori delle nostre, perché più insidiose: sia che si riesca a trasformare gli uomini in macchine stupide e appagate, che si credono libere mentre sono asservite, sia che si imprima in loro una passione forsennata per il lavoro, divorante quanto quella della guerra presso le razze barbare, tale da escludere gli svaghi, i piaceri umani. A questa schiavitù dello spirito o dell'immaginazione umana, preferisco ancora la nostra schiavitù di fatto. Qualunque cosa avvenga, la condizione orribile che mette l'uomo alla mercè d'un altro uomo esige un'attenta regolamentazione giuridica. Ho provveduto affinché lo schiavo non sia più una mercanzia anonima che si vende senza tener conto dei legami di famiglia che si è creati, un oggetto spregevole la cui testimonianza non viene accolta dal giudice se non dopo averlo sottoposto alla tortura, invece di accettarla sotto giuramento. Ho proibito che lo si obbligasse a mestieri disonoranti o rischiosi, che lo si vendesse ai tenutari di postriboli o alle scuole per gladiatori. Coloro che si compiacciono di queste professioni, le esercitino pure: le eserciteranno meglio.”

“La condizione della donna è determinata da strani costumi: esse sono sottoposte e protette allo tempo stesso, deboli e potenti, troppo disprezzate e troppo rispettate.”

“Una parte dei nostri mali dipende dal fatto che troppi uomini sono oltraggiosamente ricchi, o disperatamente poveri.”

venerdì 11 dicembre 2015

La frontiera scomparsa di Luis Sepùlveda

La frontiera scomparsa
Di Luis Sepúlveda
Editore: Guanda (Narratori della Fenice)
Numero di pagine: 125 | Formato: Paperback
Isbn-10: 887746853X | Isbn-13: 9788877468536 
 Data di pubblicazione: 1996-xx-xx | Edizione 1
Traduttore: Ilide Carmignani






Soft (3,5 stelle)  

Un romanzo autobiografico suddiviso in capitoli che di fatto sono dei racconti, degli episodi staccati della stessa vita e della stessa storia. La cosa che mi ha stupito maggiormente è la leggerezza, l'ironia con cui Sepùlveda affronta certi temi drammatici come la prigionia, la tortura, l'esilio. Ci sono cose qui descritte che a me sembrano impossibili da affrontare per un corpo e lui ne parla da persona uscitane non solo viva, ma che ha mantenuto la mente sana e la capacità di raccontare i fatti quasi con noncuranza.
Nell'insieme è un bel libro che tuttavia non ha toccato le mie corde in modo particolare, una lettura che è scorsa veloce e piacevole senza troppi scossoni.

Citazioni:

La paura inondava tutto. E nella paura si annida il sinistro uccello della delazione.

sabato 5 dicembre 2015


Porci con le ali
Di Lidia Ravera,Marco Lombardo Radice
Editore: Arnoldo Mondadori (I Miti)
Lingua: Italiano | Numero di pagine: 204
Formato: Paperback Isbn-10: 880441605X | Isbn-13: 9788804416050 |
Data di pubblicazione: 01/03/1996 |





Cazzo, porcocazzo, sega. (3,5 stelle)


Se odiate le parolacce girate alla larga. Non ho mai letto un libro così infarcito di espressioni diciamo colorite, ma dopo una decina di pagine ci si fa l'abitudine e si entra nella storia senza far più troppo caso al linguaggio. Anzi, direi che questo linguaggio alla fine si rivela fondamentale per trascinarci dentro quel mondo di adolescenti che effettivamente parlavano e vivevano così. Per poco non sono rientrata in questa generazione, l'adolescenza me la sono fatta negli anni '80, quando ormai le tv commerciali avevano preso il posto della politica  e al massimo si faceva uno sciopero giusto per non andare a scuola; comunque credo che i ragazzi siano in ogni periodo più o meno simili nella loro essenza, forse cambiano gli sturbi politici e quelli legati strettamente al periodo in cui si vive, ma di certo le "seghe mentali" inerenti i rapporti umani e di coppia sono più o meno gli stessi.
Questo libro è stato un tuffo nel passato che non ho mai vissuto, una scoperta divertente, una pausa tra libri pesanti a livello emotivo. Sicuramente non sarà un capolavoro della letteratura ma l'ho trovato ben scritto, contrariamente a quanto alcuni hanno commentato in merito, io credo che ci sia una buona ricerca a livello lessicale e che i temi affrontati non siano banali, questo è un falso libro leggero.

Interessante questo LINK di Marco Giani dell' Università Ca' Foscari Venezia, in cui si parla di giovani e si citano alcuni passaggi del libro.

martedì 1 dicembre 2015

Il pranzo di Babette di Karen Blixen

Il pranzo di Babette
I Racconti di Repubblica n° 23 
Di Karen Blixen 
Editore: Gruppo Editoriale L'Espresso
Lingua: Italiano | Numero di pagine: 46 
Isbn-10: A000041246 | Data di pubblicazione: 01/01/1997




Un gioiellino 

Un racconto delizioso nella forma e nella sostanza.
Karen Blixen narra con leggerezza e fa apparire leggero ciò che leggero non è, tutto il dramma della vita, sia essa vissuta oppure repressa, viene qui messo in scena in poche pagine, ma tramite queste poche righe si percepisce anche ciò che non viene detto o raccontato;  e la grandezza delle cose taciute esplode nel meraviglioso pranzo che Babette, da grande artista culinaria quale è, mette in tavola.
Una vera chicca che mi invoglia a leggere altro di questa autrice. 
Girovagando in rete ho trovato un articolo di Francesco Mangiapane relativo a questo racconto, ma soprattutto alla sua trasposizione cinematografica, che mi è piaciuto molto e voglio qui condividerlo:

 Citazioni

"Povera? Non sarò mai povera, sono una grande artista. Un grande artista Mes Dames non è mai povero. Abbiamo qualcosa Mes Dames di cui gli altri non sanno nulla."

"Consentitemi di fare il meglio che posso"



 

venerdì 27 novembre 2015



Cristo si è fermato a Eboli Di Carlo Levi 
Editore: Einaudi (Gli struzzi, 74)
Numero di pagine: 235 | Formato: Paperback
Isbn-10: 8806422839 | Isbn-13: 9788806422837
Data di pubblicazione: 01/01/1997 | Edizione 1






Ci sono uomini sopra la media, Carlo levi è uno di questi  

Che pensare di un uomo che non solo è medico, ma è anche un valido pittore, che sa scrivere in modo eccellente ed esprime concetti politico-sociali così complessi e chiari e allo stesso tempo? Si può solo pensare che sia una mente geniale. Nella mia piccolezza e nella mia testa di personcina banale e prevenuta non avevo mai letto questo libro che, come tanti altri classici della letteratura italiana del novecento, reputavo dovesse essere noioso e di scarso interesse. In effetti se si pensa che certi libri vengono fatti leggere durante l'adolescenza, che risultino noiosi ci può stare, trattano di argomenti che a quell'età  raramente interessano, ed io quasi di certo mi sono fatta influenzare dai commenti negativi di chi era stato costretto a leggerli  troppo presto per apprezzarli.
Questa mia riscoperta di una letteratura passata si sta rivelando un bel viaggio, una sorprendente scoperta che per contro mi fa sembrare banali e insulsi quasi tutti gli autori contemporanei.
Questo è un libro vero e bellissimo, ciò che Carlo levi racconta è la sua storia, la sua esperienza, non è un romanzo inventato, e le sue considerazioni sull'Italia dell'epoca sono interessanti ed intelligenti, ma soprattutto lungimiranti, in quanto alcuni meccanismi sono e saranno sempre validi, seppur calati in contesti differenti il succo prodotto da certi ingranaggi è lo stesso.
Sarò prolissa nelle citazioni, ma non sono capace di esprimere con parole mie ciò che ho percepito leggendo alcune frasi, purtroppo non sono altrettanto brava nello scrivere i miei pensieri come spero di esserlo con la pittura, non sono una persona sopra la media come lo è stato Carlo levi, capace di fare tutto e farlo bene.
CITAZIONI
“c’erano i galantuomini e c’erano i briganti, i figli dei galantuomini e i figli dei briganti. Il fascismo non aveva cambiato le cose. Anzi, prima, con i partiti, la gente per bene poteva state tutta da una parte, sotto una bandiera particolare, e distinguersi dagli altri e lottare sotto una veste politica. Ora non ci resta che le lettere anonime, e le pressioni e le corruzioni in Prefettura. Perché nel fascismo ci stanno tutti. – Io, vede, sono di una famiglia di liberali. I miei bisnonni sono stati in prigione, sotto i Borboni. Ma il segretario del fascio, sa chi è? È il figlio di un brigante.”

“Tutti i giovani di qualche valore, e quelli appena capaci di fare la propria strada, lasciano il paese. I piú avventurati vanno in America, come i cafoni; gli altri a Napoli o a Roma; e in paese non tornano piú. In paese ci restano invece gli scarti, coloro che non sanno far nulla, i difettosi nel corpo, gli inetti, gli oziosi: la noia e l’avidità li rendono malvagi. Questa classe degenerata deve, per vivere (i piccoli poderi non rendono quasi nulla), poter dominare i contadini, e assicurarsi, in paese, i posti remunerati di maestro, di farmacista, di prete, di ma-resciallo dei carabinieri, e cosí via. È dunque questione di vita o di morte avere personalmente in mano il potere; essere noi o i nostri parenti o compari ai posti di comando.”

“I contadini ammazzano tutte le capre. Per forza. La tassa chi può pagarla? – Pare infatti che il governo avesse da poco scoperto che la capra è un animale dannoso all’agricoltura, poiché mangia i germogli e i rami teneri delle piante: e aveva perciò fatto un decreto valido ugualmente per tutti i comuni del Regno, senza eccezione, che imponeva una forte imposta su ogni capo, del valore all’incirca della bestia. Cosí, colpendo le capre, si salvavano gli alberi. Ma a Gagliano non ci sono alberi, e la capra è la sola ricchezza del contadino, perché campa di nulla, salta per le argille deserte e dirupate, bruca i cespugli di spine, e vive dove, per mancanza di prati, non si possono tenere né pecore né vitelli. La tassa sulle capre era dunque una sventura: e, poiché non c’era il denaro per pagarla, una sventura senza rimedio. Bisognava uccideretutte le capre."

“Era quello l’unico luogo, nello spazio consentito, dove non ci fossero case, e qualche albero variasse la geometria dei tuguri. Perciò lo scelsi come primo soggetto dei miei quadri: uscivo, quando il sole cominciava a declinare, con la tela e i colori, piantavo il mio cavalletto all’ombra di un tronco d’ulivo o dietro il muro del cimitero, e mi mettevo a dipingere. La prima volta, pochi giorni dopo il mio arrivo, questa mia occupazione parve sospetta al brigadiere, che ne avvertí subito il podestà, e mandò, ad ogni buon conto, uno dei suoi uomini a sorvegliarmi. Il carabiniere rimase impalato due passi dietro di me a contemplare il mio lavoro, dalla prima all’ultima pennellata. È noioso dipingere con qualcuno dietro le spalle, anche quando non si temono le malvage influenze, come pare avvenisse a Cézanne: ma checché facessi, non ci fu verso di smuoverlo: aveva la sua consegna. Soltanto, il suo stupido viso mutò a poco a poco la sua espressione indagatoria in una sempre piú interessata; ed egli finí per chiedermi se sarei stato capace di fare un ingrandimento a olio della fotografia della sua mamma morta: che è, per un carabiniere, il massimo punto d'arrivo.”

“Gli Stati, le Teocrazie, gli Eserciti organizzati sono naturalmente piú forti del popolo sparso dei contadini: questi devono perciò rassegnarsi ad essere dominati: ma non possono sentire come proprie le glorie e le imprese di quella civiltà, a loro radicalmente nemica.”

“I briganti difendevano, senza ragione e senza speranza, la libertà e la vita dei contadini, contro lo Stato, contro tutti gli Stati. Per loro sventura si trovarono ad essere inconsapevoli strumenti di quella Storia che si svolgeva fuori di loro, contro di loro; a. difendere la causa cattiva, e furono sterminati. Ma, coi brigantaggio, la civiltà contadina difendeva la propria natura, contro quell’altra civiltà che le sta contro e che, senza comprenderla, eternamente la assoggetta: perciò, istintivamente, i contadini vedono nei briganti i loro eroi. La civiltà contadina è una civiltà senza Stato, e senza esercito: le sue guerre non possono essere che questi scoppi di rivolta; e sono sempre, per forza, delle disperate sconfitte; ”

“Avevo sempre visto che, poiché non hanno i pregiudizi della mezza cultura, i contadini sono, in generale, capaci di vedere la pittura: avevo l’abitudine di chiedere il loro parere sulle cose che avevo fatto. ”
 
“Non può essere lo Stato, avevo detto, a risolvere la questione meridionale, per la ragione che quello che noi chiamiamo problema meridionale non è altro che il problema dello Stato. Fra lo statalismo fascista, lo statalismo liberale, lo statalismo socialistico, e tutte quelle altre future forme di statalismo che in un paese piccolo-borghese come il nostro cercheranno di sorgere, e l’antistatalismo dei contadini, c’è, e ci sarà sempre, un abisso; e si potrà cercare di colmarlo soltanto quando riusciremo a creare una forma di Stato di cui anche i contadini si sentano parte. Le opere pubbliche, le bonifiche, sono ottime cose, ma non risolvono il problema. La colonizzazione interna potrà avere dei discreti frutti materiali, ma tutta l’Italia, non solo il mezzogiorno, diventerebbe una colonia.”

“Siamo anzitutto di fronte al coesistere di due civiltà diversissime, nessuna delle quali è in grado di assimilare l’altra. Campagna e città, civiltà precristiana e civiltà non piú cristiana, stanno di fronte; e finché la seconda continuerà ad imporre alla prima la sua teocrazia statale, il dissidio continuerà. La guerra attuale, e quelle che verranno, sono in gran parte il risultato di questo dissidio secolare, giunto ora alla sua piú intensa acutezza, e non soltanto in Italia. La civiltà contadina sarà sempre vinta, ma non si lascerà mai schiacciare del tutto, si conserverà sotto i veli della pazienza, per esplodere di tratto in tratto; e la crisi mortale si perpetuerà. Il brigantaggio, guerra contadina, ne è la prova: e quello del secolo scorso non sarà l’ultimo.”

“Noi non possiamo oggi prevedere quali forme politiche si preparino per il futuro: ma in un paese di piccola borghesia come l’Italia, e nel quale le ideologie piccolo-borghesi sono andate conta-giando anche le classi popolari cittadine, purtroppo è probabile che le nuove istituzioni che seguiranno al fascismo, per evoluzione lenta o per opera di violenza, e anche le piú estreme e apparentemente rivoluzionarie fra esse, saranno riportate a riaffermare, in modi diversi, quelle ideologie; ricreeranno uno Stato altrettanto, e forse piú, lontano dalla vita, idolatrico e astratto, perpetueranno e peggioreranno, sotto nuovi nomi e nuove bandiere, l’eterno fascismo italiano.”

“Bisogna che noi ci rendiamo capaci di pensare e di creare un nuovo Stato, che non può piú essere né quello fascista, né quello liberale, né quello comunista, forme tutte diverse e sostanzialmente identiche della stessa religione statale. ”

“ L’individuo non è una entità chiusa, ma un rapporto, il luogo di tutti i rapporti. Questo concetto di relazione, fuori della quale l’individuo non esiste, è lo stesso che defini-sce lo Stato. Individuo e Stato coincidono nella loro essenza, e devono arrivare a coincidere nella pratica quotidiana, per esistere entrambi.”


Passi di: Carlo Levi. “Cristo si è fermato a Eboli”.

giovedì 26 novembre 2015


Mare al mattino
Editore: Einaudi (L'Arcipelago Einaudi)
Numero di pagine: 128 | Formato: Paperback
Isbn-10: 8806211137 | Isbn-13: 9788806211134 | 
Data di pubblicazione: 01/11/2011 | Edizione 1



Artefatto?  (3,5 stelle) 

Forse si cambia, forse si apprezzano cose diverse con il passare del tempo, o forse semplicemente la Mazzantini ha modificato il suo modo di scrivere... o forse non mi ricordo più cosa mi piacque così tanto di lei. Non sono più riuscita a ritrovare la magia di "Venuto al mondo", ma probabilmente sono passati cinque anni ed io non sono più quella che si innamorò di quel libro, le letture fatte hanno modificato i miei gusti, mi hanno resa più critica ed esigente.
Questo è un bel libro, ambientato nel periodo delle Primavere Arabe con flashback sul passato, all'inizio un po' troppo aulico per i miei gusti, ma scorrevole nello stile e avvincente nell'argomento. Beh, che dire, aspettarsi una storia leggera dalla Mazzantini sarebbe inutile, e anche qui si trova la nostra brava tragedia. Un racconto che parla purtroppo di ciò che accade ogni giorno, dei dittatori e della povera gente, dei colpevoli e degli innocenti; la Mazzantini con pochi accenni riesce a dare una visione del perché così tanta gente muore in mare su quei barconi fatiscenti, ma lo fa con poesia, non è un libro dal taglio giornalistico, è un vero e proprio romanzo breve dove l'autrice lascia indietro il suo modo di scrivere duro e ci pone di fronte alla cruda realtà con morbidezza.
Nonostante questo non mi sono innamorata di Mare al mattino, forse mi è sembrato un racconto un po' ruffiano, mi è mancata la durezza che forse certe storie meritano, tutta questa poesia nello scrivere mi è sembrata falsa, troppo artefatta.
L'unica frase che mi ha davvero colpito per la sua verità e bellezza è questa, e da sola merita 4 stelle:
"Gheddafi, hanno ammazzato Gheddafi." <...> Non era andata su internet a vedersi il flagello, la fuga nel buco di cemento del topo insanguinato. Conosce la fine dei dittatori. Quando la carne diventa gomma da trascinare. L'insensatezza della rabbia postuma. Nessuna gioia, solo un macabro trofeo che sporca i vivi."

venerdì 20 novembre 2015

Il momento è delicato di Niccolò Ammanniti


Tempo perso

Sicuramente leggere in contemporanea a questo libro "Cristo si è fermato ad Eboli" di Carlo Levi non ha aiutato Ammanniti ad avere una buona considerazione, sta di fatto che non mi è piaciuto affatto.
Non ho pregiudizi verso i racconti, anzi, da alcuni autori sono stata folgorata proprio grazie a questo genere letterario, ma questi sono di una bruttezza eclatante.
Ammanniti sostiene che il racconto è paragonabile, rispetto al romanzo che è una storia d'amore, ad una notte di sesso; ecco, questi sono una notte di coito interrotto senza orgasmo.
Il momento era sempre delicato per pubblicarli, dice, ed era meglio se non li pubblicava affatto invece di propinarceli in un periodo di stanca tra un libro di successo e l'altro.
Il guaio è che quando un autore diventa famoso allora viene pubblicato tutto ciò che ha scritto, sapendo che verrà venduto sull'onda di ciò che di buono è stato fatto, e si pubblica anche la merda.
Solitamente non sono così scurrile e cattiva nei miei commenti, ma ho trovato questi racconti brutti, cattivi e senza senso.
Sarà che detesto lo splatter.

lunedì 9 novembre 2015

Tu, mio di Erri De Luca

Tu, mio
Marchio: FELTRINELLI 
Data d’uscita: Febbraio, 1998
Collana: I Narratori
Pagine: 116
ISBN: 9788807015335
Genere: Narrativa




Libro di formazione? (3,5 stelle)

Erri De Luca ormai è una certezza, non se ne può dir male né come pensatore né come scrittore, tuttavia anche stavolta non è riuscito a portarmi sulle vette dell'entusiasmo.
In questo romanzo breve, che racconta l'estate di crescita di un adolescente degli anni '50, si trova molta poesia, attenzione al particolare e ricerca interiore. Ciò che mi stupisce è la profondità dei pensieri, la capacità di analisi del giovane protagonista che ragiona come un vecchio; ripenso a me a quell'età e, seppur non fossi una ragazza superficiale, non riuscivo certo ad elaborare riflessioni così complesse e adulte, a dire il vero non ne sono capace nemmeno adesso, ma ovviamente non faccio testo, non brillo certo per un'intelligenza superiore alla media. Comunque mi rimane la sensazione che il racconto, seppur voglia sembrare il frutto dei ricordi di un ragazzo, ha uno spessore troppo adulto per essere credibile ai miei occhi, ma forse è ovvio che sia così, se il ricordo lo si ha da adulti magari anche la capacità di analizzare le emozioni provate, le vicende vissute, è tipica di una maturità che ci fa vedere tutto tramite una lente di ingrandimento. Queste mie considerazioni personali  non significano che questa non sia una bella storia, scritta con sapienza e melodia. La melodia la trovo soprattutto nelle descrizioni accurate e partecipi sulle uscite in barca a pescare, sul pescatore Nicola, ruvido e di poche parole che incarna una saggezza semplice e pragmatica.

Citazioni

"Dopo la guerra i vivi avevano indurito il silenzio, un cavallo sopra la pelle morta della guerra."

"Bella la pacienza in napoletano perché mette un po' della parola pace dentro la pazienza."

"Ci si innamora così, cercando nella persona amata il punto nessuno rivelato, che è dato in dono solo a chi scruta, ascolta con amore."





domenica 8 novembre 2015

Una questione privata di Beppe Fenoglio


Una questione privata

Di Beppe Fenoglio

Editore: Giulio Einaudi Editore
Numero di pagine: Isbn-10: 8858400399 | Isbn-13: 9788858400395





Non può essere finito (4,5 stelle)


No, non può essere finito così, e il fatto che il romanzo sia stato pubblicato postumo avvalora la mia sensazione, Fenoglio non può abbandonare Milton in questo modo feroce, senza una vera fine della storia.
In questa mia scoperta di scrittori facenti ormai parte della tradizione letteraria continuo a provare stupore per quanto mi piacciano, e anche questo romanzo si va ad aggiungere alla schiera delle piacevoli sorprese. Perchè mi stupisca poi non lo so, se certi libri sono così insediati nella storia culturale umana ci sarà un motivo, ma forse sono cresciuta erroneamente pensando che la letteratura di un certo tipo dovesse essere noiosa, pesante e per questo da leggere obbligatoriamente a scuola come se fosse una punizione, cosa che sono riuscita, purtroppo per me, ad evitare.
Una questione privata è un racconto avvincente, soprattutto nelle sue parti descrittive dei sentimenti e delle emozioni, una fotografia della resistenza vista da un'ottica molto personale, dove la guerra è solo lo sfondo a ciò che preme davvero al protagonista: l'amore per una ragazza. Leggendo questo libro mi sono resa conto che alla fine la guerra era fatta dai ragazzini, Milton ha ventidue anni ed in mezzo al fango e alla guerriglia ciò che più gli preme è sapere se la ragazza di cui è innamorato abbia avuto o meno una relazione con un suo amico d'infanzia nonché compagno di resistenza. Ma non lo sapremo. Tutta questa folle corsa verso la verità si arresta e noi non sappiamo più nulla dei giovani protagonisti ai quali ci siamo affezionati e interessati.
Il libro è scritto in modo poetico e asciutto allo stesso tempo, rende il lettore partecipe senza scadere nel melodrammatico, tuttavia c'è stato un passaggio in cui sono arrivata alle lacrime:  un ragazzino di 15 anni prigioniero della fazione nemica viene fucilato per rappresaglia, praticamente non sapeva nemmeno di essere diventato un partigiano, non aveva nemmeno mai combattuto, voleva vivere e non capiva il perché di questa fine assurda che gli era toccata in sorte.
Peccato questa fine sospesa che cozza con il resto del libro, nessuno mi toglie dalla mente che Fenoglio non sia riuscito a terminare il romanzo, non riesco proprio a vedere queste ultime parole come un finale volutamente aperto.

venerdì 6 novembre 2015

Ecco la storia di Daniel Pennac


Ecco la storia
Audiolibro letto da Claudio Bisio sulle musiche di Paolo Silvestri

Di Daniel Pennac

Lingua: Italiano | Numero di pagine: | Formato: CD audio

Isbn-10: A000096539 | Data di pubblicazione: 01/01/2006



Una favola per adulti

Pennac è l'asso per parlare di cose da adulti raccontandole come se fossero una novella per bambini e in questo audiolibro Claudio Bisio è stata una scelta azzeccatissima.
Una storia breve e intelligentemente costruita, il cui succo si può riassumere in questa citazione:
“Fa' come mio padre," gli aveva ordinato Pereira, "ascol-tali a ore fisse, metti nel tuo sguardo l'umanità necessaria e taci. Per far capire che il colloquio è finito, limitati a dire: 'Ti ho ascoltato' e passa al seguente."

"E' tutto?" aveva domandato il sosia.

"Ed è una rivoluzione" aveva assentito Pereira. "Nessuno li ha mai ascoltati, gli ci vorranno tre generazioni per chiedere di più; a quell'epoca né tu né io saremo più in grado di ascoltare chicchessia.”
(Passi di: Ecco la storia. “Daniel Pennac”)

sabato 31 ottobre 2015

Il giuoco delle perle di vetro di Herman Hesse

“Hermann Hesse
Il giuoco delle perle di vetro
Saggio biografico sul Magister Ludi Josef Knecht
pubblicato insieme con i suoi scritti postumi
Traduzione di Ervino Pocar
Introduzione di Hans Mayer
© 1955 Arnoldo Mondadori Editore SpA Milano
© 1943 by Fretz und Wasmuth Verlag, Zurich
Titolo originale dell’opera: Das Glasperlenspiel”


Tuffo nel mio passato alchemico

Leggere questo libro è stato un po' come fare un tuffo nel passato, il mondo di Castalia e la sua ricerca di un perfetto equilibrio mi ha riportato subito alla mente la ricerca alchemica della pietra filosofale, ovviamente intesa nella sua accezione filosofica e non materiale. Ventun'anni fa scrissi la mia tesi sul tema dell'Alchimia nell'arte, all'epoca l'argomento mi affascinava parecchio e lo riportavo anche nei miei quadri; per questo mi sono sentita catapultata indietro nel tempo, anche perchè ormai mi sono ampiamente distaccata da certi argomenti anche dal punto di vista pittorico. Non che la ricerca dell'equilibrio non permanga, ma è una ricerca diversa, non più basata sull'aspirazione alla perfezione e ad un linguaggio criptico, bensì basata maggiormente su un'esperienza umana, sullo stare nel mondo, o almeno nel provarci. In questo cammino di avvicinamento alla realtà mi sento vicina al Magister Josef Knecht, che ad un certo punto abbandona il mondo della ricerca della perfezione per gettarsi nella "vita vera", purtroppo pagandone caro lo scotto.
Questo è un libro complicato, leggibile a molti livelli di conoscenza, credo che quanto maggiore sia la nostra cultura nei vari campi del sapere e tanto maggiore sarà la possibilità di ricavare piacere e decifrare quanto più possibile da questo romanzo; tuttavia penso che alla fine, scarnificando la storia da tutti i suoi valori simbolici, il succo centrale resti uno e sia piuttosto semplice: il bilanciamento tra astrazione e realtà. La mia personale interpretazione di questo romanzo è che l'uomo sia alla costante ricerca di un equilibrio, e per fare questo può adottare diversi sistemi, siano essi di natura filosofica, religiosa, alchemica e quant'altro. Il raggiungimento di questo equilibrio tuttavia non è semplice, soprattutto se si vuole rimanere presenti alla realtà in cui viviamo. Nel mondo di Castalia si arriva ad ottenere una centratura del sé, una perfezione in quanto si rimane fuori dal mondo, lo si guarda a distanza senza farsene toccare. Ma è giusto questo prezzo da pagare in nome di una serenità perfetta? Di una calma interiore? Possiamo vivere fuori dal mondo, dalla realtà che ci circonda? Bella domanda. Forse qualcuno ci riesce, io sicuramente no. Spesso mi rendo conto di non saper affrontare le difficoltà della vita, le brutture che mi pone davanti agli occhi ogni giorno, e tendo ad isolarmi nel mio mondo, non voglio vedere, non voglio sentire, non voglio sapere, per preservarmi e per preservare un minimo di pace interiore. Ma alla lunga non è possibile, prima o poi la realtà mi arriva addosso e mi travolge, e mi rendo conto che la serenità apparentemente acquisita non era vera. Non è possibile vivere completamente fuori dal mondo. La sfida credo che sia riuscire a trovare una centratura restandoci dentro a questo mondo, e questo sì che è difficile. Purtroppo il nostro protagonista non appena viene in contatto con la realtà esterna muore, non sapremo mai se sarebbe riuscito a trovare una pace anche fuori da Castalia ( o forse l'ha trovata prorio nel momento in cui ha deciso di uscire fuori dal circolo protetto in cui ha vissuto tutta la vita?) e qui Hesse vuole forse darci un avveritmento? Vuole forse dirci che vivere in un mondo protetto non ci prepara alla vita vera? Non lo so. Mi rendo conto che commentare questo libro è davvero troppo difficile, e l'unico modo in cui riesco a farlo è dare la mia personalissima e semplicissima opinione, esprimere soltanto ciò che mi ha suscitato, i pensieri e le riflessioni che mi ha spinto a fare, e nulla più; se cercate una spiegazione filosofica di alto livello cercate altrove, io sono solo una persona alla ricerca, che ama leggere e che si tormenta ogni giorno per raggiungere una leggerezza ed un equilibrio che non riesce a trovare.
Per finire vorrei dire che, seppur non amando Hesse in modo particolare, devo ammettere che è di una bravura sconcertante, se non altro perchè è riuscito a scrivere un romanzo che sembra reale, dove i personaggi appaiono realmente esistiti; per non parlare del fatto che è riuscito ad inventare un gioco senza inventarlo davvero, il guioco delle perle di vetro, lo ha descritto senza descriverlo, senza dire più di tanto, facendo solo intuire e rendendo il lettore un povero ignorante inadeguato a far parte del mondo degli eletti.


Citazioni

“ Per me e per tanti altri la meta suprema
e più nobile consiste nel raggiungere questa serenità.
La trovi anche in alcuni padri che stanno a capo dell’Ordine. Non è frivolezza né compiacimento di sé, ma suprema conoscenza e supremo amore, è affermazione di ogni realtà, è veglia sull’orlo di tutti gli abissi, è una virtù dei santi e dei cavalieri, è indistruttibile e non fa che accrescersi con l’età e con l’approssimarsi della morte. E il segreto del bello e la
vera e propria sostanza di ogni arte.”

“«Vorrei parlarti ancora della serenità, sia delle stelle sia dello spirito, sia di noi castalii. Tu provi un’avversione contro la serenità, probabilmente perché hai dovuto percorrere una via di tristezza, e ora ogni schiarita, ogni buonumore, specialmente questo nostro di Castalia, ti sembra puerile e superficiale, magari codardo, un modo di fuggire gli orrori e gli abissi della realtà per un mondo limpido e ordinato di mere forme e formule, di mere astrazioni e smussature<...> Per me e per tanti altri la meta supremae più nobile consiste nel raggiungere questa serenità.
La trovi anche in alcuni padri che stanno a capo dell’Ordine. Non è frivolezza né compiacimento di sé, ma suprema conoscenza e supremo amore, è affermazione di ogni realtà, è veglia sull’orlo di tutti gli abissi, è una virtù dei santi e dei cavalieri, è indistruttibile e non fa che accrescersi con l’età e con l’approssimarsi della morte. E il segreto del bello e la vera e propria sostanza di ogni arte. ”


“Questa avversione mista di superbia e di indifferenza a occuparci della storia universale mi
ha spinto più volte a fare indagini per scoprirne le cause. Credo di averle individuate: in primo luogo il contenuto della storia - non parlo beninteso di quella spirituale e culturale che tra noi è molto coltivata - ci sembra, dirò così, di scarso valore: la storia universale consta fin dove ne abbiamo un’idea di lotte brutali per il potere, per il possesso di terre e materie prime, per
il denaro, insomma per cose materiali e valori quantitativi che noi consideriamo contrari allo spirito e piuttosto spregevoli. <...> “E se ora ci poniamo di fronte alla storia universale, soprattutto alla moderna, quasi come gli eremiti e gli asceti del primo cristianesimo stavano di fronte al teatro del mondo, lo dobbiamo alla nostra superbia spirituale. La storia ci sembra un’arena degli istinti e delle mode, delle brame e dell’avarizia, dell’avidità di potere e della smania di
uccidere, della potenza, delle distruzioni e delle guerre, dei ministri ambiziosi, dei generali mercenari, delle città bombardate, e dimentichiamo troppo facilmente che questo è soltanto uno dei suoi numerosi aspetti.
Soprattutto dimentichiamo che noi stessi siamo un brano di storia, siamo divenuti e condannati a estinguerci quando perdessimo la facoltà di divenire e di trasformarci. Noi stessi siamo storia e abbiamo la nostra parte di responsabilità nella storia universale e nel posto che vi occupiamo. Troppo ci manca la coScienza di questa responsabilità.”



Passi di: Hermann Hesse. “Il Giuoco Delle Perle Di Vetro”

venerdì 23 ottobre 2015

I giorni dell'abbandono: storie lasciate a metà.

 Il processo

Di Franz Kafka

Editore: Einaudi (ET Classici)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 259 |

Isbn-10: 8806223429 | Isbn-13: 9788806223427

Traduttore: Primo Levi



Un capolavoro se si riesce a leggerlo.
Ieri sera mi appresto a prendere finalmente in mano "Il processo" di Kafka, sapendo già che sarà angoscioso e come finirà, con che cuore mi accingo a leggere questo libro? Leggendo la trama e la nota del traduttore già mi sento catapultata in un atmosfera da "Fahrheneith 451" o "1984" ma inizio a leggere.
Dopo venti pagine il senso dell'assurdo, di impotenza, d'incomprensione e di angoscia mi hanno già travolta.
Chiudo il libro ma non riesco a dormire.
Provo a contare le pecore, come mi ha insegnato mio marito, ma su di me non funziona.
Dopo una notte agitata penso che forse il messaggio lo si capisce già dalle prime pagine e non è necessario continuare una lettura che mi da così fastidio... forse è un libro da leggere il giorno.
Decido di abbandonarlo, con dispiacere e facendo tanto di cappello all'autore che è riuscito nel suo intento disturbante.

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L'ultima Contessa di famiglia di Antonio Barolini




Editore: Feltrinelli (I narratori; 124)

Lingua: Italiano | Numero di pagine: 311 | Formato: Copertina rigida

Isbn-10: A000217798 | Data di pubblicazione: 20/03/1968 | Edizione 1




Rilassante, anche troppo. 


Abbandonato dopo aver letto sette racconti. Il libro è scritto in modo piacevole ma non l'ho trovato eccessivamente interessante o stimolante. Si tratta di una serie di ricordi familiari nei quali ho riscontrato più la dolcezza del ricordo, la piacevolezza che si potrebbe avere se si facesse parte della stessa famiglia nell'ascoltare le storie dei propri avi; ma non facendo parte di questa famiglia, da lettrice esterna sinceramente non mi hanno appassionato e alla lunga mi stavo annoiando. Dei sette che ho letto quello che mi è piaciuto forse di più è il primo, più ironico forse ma soprattutto ambientato in America e per questo narrante atteggiamenti a me ignoti e che mi incuriosivano maggiormente.

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Il soccombente di Thomas Bernhardt


Traduzione di Renata Colorni
1999, 9ª ediz., pp. 186 
isbn: 9788845914935








Pensai. 

No, non ce la faccio. Questo libro è un'istigazione al suicidio per ogni artista che non sia un genio, ed io un genio non lo sono... ma non voglio né suicidarmi né smettere di dipingere.
Inoltre questo intercalare continuo del verbo "pensai" mi ha reso quasi isterica.
No, non è un libro per me.
Proverò altro di questo autore perché un amico me ne ha parlato benissimo, sperando in qualcosa di diverso da "Il soccombente".


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