lunedì 23 giugno 2014

Il peso della grazia di C. Raimo


Il peso della vita (4,5 stelle) 
Un libro complicato che tra le pieghe di elucubrazioni religiose ed esistenziali nasconde una storia d'amore insospettata ed insolita.
Dando un giudizio esclusivamente "di testa" potrei affermare che questo romanzo sia un capolavoro, ci sono tuttavia dei freni a questa affermazione che mi vengono spontanei dalla parte meno cerebrale di me stessa.  Per i miei gusti il libro è eccessivamente lungo, un po' disincentivante nel primo centinaio di pagine durante le quali si fatica ad appassionarsi alle vicende; inoltre l'ho percepito quasi soffocante in alcune sue parti, sensazione che può essermi data dall'unione tra la scrittura pulita ma ridondante al tempo stesso e i ragionamenti contorti e complessi del protagonista. Raimo è uno scrittore molto particolare, da ciò che scrive e da come lo scrive si palesa subito come una persona dall'intelligenza fuori dall'ordinario.
I temi che affronta non sono leggeri: l'amore, la realizzazione di se stessi nel lavoro, la religione e la fede, la società… ma li tratta quasi con nonchalance, li inserisce in un quotidiano forse  banale di piccole lotte per la sopravvivenza fisica e morale, nel suo parlare di questi temi non si avverte a mio avviso nessuna retorica o desiderio di insegnare a vivere.
Ciò che mi ha colpito maggiormente è stato il modo in cui lo scrittore ha reso le scene di sesso, scrivere d'amore e di sesso è la cosa più difficile a mio parere, basta un niente per scadere nella volgarità, nella melensaggine, nell'erotismo da quattro soldi; Raimo invece è riuscito a raccontare gli amplessi in modo quasi perfetto, con uno stile originale e con la scelta di particolari insoliti a cui dare risalto.
Nonostante gli elogi appena fatti il romanzo non mi ha coinvolta eccessivamente, è un libro che ha bisogno di tempo per essere assimilato e apprezzato pienamente, una lettura forse non basta a gustare la sua raffinatezza di pensiero; ma è indubbiamente un libro faticoso e lungo e la voglia di rileggerlo, ad essere sinceri, per adesso non ce l’ho.
C’è una differenza tra ciò che genera emozione e ciò che si comprende esclusivamente col ragionamento, in questo caso è mancata l'empatia spontanea, ho apprezzato Raimo più con la mente che con il cuore. 

Citazioni: 

“per appagare chissà quale bisogno di conoscere nuove persone o di essere misericordioso occupandomi del prossimo e del mondo, me ne andavo in giro di notte a fare le ronde di distribuzione del cibo con i volontari dell’Arci. ” 

“Nel mio Paese è stato il peggio. I religiosi erano anche comunisti! – insiste. – Pazzi che credevano in Allah e in Carlo Marx! E hai visto quello che hanno portato.” 

“Abbassava la mano che cercava di abbracciarla e diceva dopo, dopo. Anche se quel dopo non veniva mai.
Ecco, guardavo mia madre, e vedevo una preparazione infinita del momento di festa che per lei, posticipato di continuo, anche nel giorno del suo compleanno, non doveva mai arrivare. Quando, in tutta la mia vita, ho visto mia madre gioire, placarsi, riposare? Dominata da un desiderio di riconoscimento represso – dal quale ha sempre tratto ogni energia per affrontare il presunto discredito di un matrimonio finito” 

“Se Dio ti manda una prova terribile, e ti salva, tu quando hai ripreso le forze, gli credi e – sinceramente – lo ringrazi.
Ma se Dio ti manda un’altra prova più terribile della prima dopo che ti sei convertito, ora che ci credi e lo ringrazi tutti i giorni, ce la farai a credergli ancora davanti a un’altra prova più terribile ancora?” 

“Le foto dei giovani morti risultano sempre un po’ sfocate, scattate di sorpresa: guardano altrove, si girano all’improvviso, accennano una risata, sono soprappensiero: nessuno si aspetta che quelle foto serviranno per una lapide” 

“È che non riesco a essere veramente inflessibile con mia madre. Ci passo così poco tempo insieme che non mi sento autorizzato a dirle cosa deve fare della sua vita.” 

“Del resto Gesù mica ci parlava con i bambini. Diceva «Venite a me», ma nel Vangelo non c’è un dialogo uno tra lui e i mocciosi. Loro, i bambini, se volevano lo stavano a sentire e muti.” 

“la sua pelle esondava di un umore che era aggressione, consenso, disagio, resa, un concentrato di troppi desideri: accavallati, irresolubili, in contrasto anche tra di loro, che ora riecheggiavano in me e le tornavano amplificati in tutta la loro veemenza. Era una situazione senza sbocco: come se lei mi chiedesse di placarla, mentre io non potevo far altro che da cassa di risonanza” 

“Gli stessi occhi tutta la vita, ho pensato. Anche se i nostri sentimenti, le nostre scelte più importanti cambiano, abbiamo a che fare sempre con gli stessi occhi tutta quanta la vita. ”
“ho sempre avuto paura delle cose che cambiano. Delle cose che muoiono, che muoiono anche poco.”

venerdì 13 giugno 2014

Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese

2008, 7ª ediz., pp. 176
isbn: 9788845922855
 







Una scrittura sontuosa

Solitamente scrivo i miei commenti a caldo, con le sensazioni lasciatemi dal libro ancora ben impresse nella mia labile memoria, stavolta invece ho lasciato passare una settimana e più, perché Anna maria Ortese mi ha messo in seria difficoltà.
La bellezza dei suoi racconti mi ha sorpresa, mi ha travolta. Il suo linguaggio aulico e impietoso allo stesso tempo, ricercato e duro, la costruzione quasi barocca delle frasi stridente con le miserie raccontate mi hanno colpito per la loro magnificenza ma anche per il verismo dei contenuti. Uno sguardo lucido, una scrittura limpida ed elegante che tuttavia crea anche frasi di faticosa comprensione al primo passaggio degli occhi. Un libro molto bello per il quale una sola lettura non è sufficiente per entrare nelle molteplici pieghe della Napoli qui descritta.
Quando un autore mi affascina così tanto e mi colpisce in modo particolare sono combattuta tra la voglia di analizzare frase per frase e scrivere fiumi di parole in merito oppure tacere, arrendermi all'incapacità di esprimere in modo adeguato e sintetico tutto ciò che mi è arrivato del libro. Con Annamaria Ortese ho fatto silenzio, non mi sono sentita all'altezza della sua prosa maestosa che a tratti sconfina nella poesia, il timore di banalizzare con un commento questa bellissima raccolta di racconti mi ha creato un blocco.
Voglio evitare di entrare nel dettaglio parlando delle polemiche che ci furono su questo libro quando uscì negli anni 50, non avrei nemmeno le conoscenze giuste per fare affermazioni in uno o nell'altro senso, tuttavia sento di poter dire che la Ortese ha dato una visione di Napoli terribile ma amorevole allo stesso tempo seppur di primo acchito non sembri così, una visione che ti scava dentro e che ti fa capire quanto questa città sia unica e diversa da qualsiasi altra città italiana; non dico migliore o peggiore, dico unica. Napoli può piacere o non piacere, può affascinare o disgustare, ma sicuramente quella raccontata in questo libro è una Napoli vera.
Tra tutti i racconti letti quello che mi è rimasto più ostico è “Il silenzio della ragione” forse perché legato in modo particolare ad un dato momento storico e culturale a me sconosciuto, vi si narrano dinamiche socio-politiche in cui faccio fatica a calarmi. Negli altri invece si parla soprattutto di umanità e li ho trovati splendidi, si parte con il più leggero apparentemente “Un paio d’occhiali” per passare al malinconico “Interno familiare” e si arriva poi al fulcro della Napoli dolente di “Oro a forcella” e di “La città involontaria”, quest’ultimo mi ha veramente scossa per il suo squallore così sapientemente descritto.
Anna Maria Ortese con questi racconti ha scavato dei solchi  di bellezza raccontando le bruttezze degli uomini e della sua città.
L'unico rammarico che ho in merito a questo libro è di non averlo letto in formato cartaceo, l'ebook a mio parere non dà la stessa possibilità di meditazione, di comprensione che offre la pagina di carta da toccare con le mani; sottolineare a matita le frasi che ti colpiscono invece di evidenziarle su uno schermo offre un contatto differente, più profondo.
Sono invece felice di aver ascoltato un paio di queste storie lette dalla voce di Iaia Forte in un programma radiofonico di qualche anno fa (Alta voce su Radio 3), è stata una bella esperienza ascoltare le parole della Ortese con l'intonazione teatrale di un' ottima attrice napoletana.
Che dire ancora, voglio rileggere questo libro, voglio assaporarlo di nuovo, bearmi di questo modo di scrivere e voglio leggere altro di questa meravigliosa autrice di cui fino ad un mese fa non concoscevo nemmeno l’esistenza.

Citazioni:

“ A te, che ti serve veder bene? Per quello che tieni intorno!…” (Un paio d’occhiali)

“meravigliata e abbattuta, come chi scorge per la prima volta un paese misero e silenzioso, e gli dicono che lì ha vissuto, credendo di vedere palazzi e giardini dove non erano che ciottoli e ortiche, e considerando in un baleno che la sua vita altro non era stata che servitù e sonno” (Interno familiare)

“Una miseria senza più forma, silenziosa come un ragno, disfaceva e rinnovava a modo suo quei miseri tessuti, invischiando sempre più gli strati minimi della plebe, che qui è regina <...> Qui, il mare non bagnava Napoli. Ero sicura che nessuna lo avesse visto, o lo ricordava.” (Oro a forcella)

“Strisciano o si arrampicano o vacillano, ecco il loro modo di muoversi. Parlano molto poco, non sono più napoletani, ne nessun’altra cosa.” (La città involontaria)

“Si voleva sapere tutto, capire tutto di questa mostruosità che, alla luce degli ultimi fatti, appariva Napoli; rimuovere la lapide finissima che posava sulla sua fossa, e cercare se, in quella decomposizione rimanesse ancora qualcosa di organico.” (Il silenzio della ragione)




venerdì 6 giugno 2014

Stoner di John Williams

autore: John E. Williams titolo: Stoner 
FAZI EDITORE
collana: le strade numero: 202 
pagine: 334 
codice isbn: 978-88-6411-236-7 
data pubblicazione: 24/02/2012 
prezzo in libreria: € 17,50





Un giunco
*** Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) ***
Questo è uno di quei libri che ad un primo approccio possono sembrare privi di mordente ma che tra righe apparentemente innocue celano grandi emozioni.
Ho letto recensioni entusiastiche  e mi sono creata forti aspettative che in un primo momento mi hanno quasi lasciata delusa, mi sono detta che sì era un bel romanzo ma che in fondo non era poi questa gran cosa, poi, andando avanti con la storia, che comunque seppur nella sua pacatezza si è rivelata avvincente, ho iniziato ad apprezzare la forza nascosta di quest’uomo. Mi ha anche fatto arrabbiare, non lo nego, per una con il mio carattere accettare certi atteggiamenti e certe decisioni del protagonista non è stato affatto facile. In alcuni passaggi ero veramente incollerita al pensiero di cosa Stoner abbia dovuto-voluto subire, per me certe situazioni sono inaccettabili e non riuscivo a capire cosa spingesse questo professore universitario ad adeguarsi alle esigenze altrui, ritirandosi in un cantuccio, abdicando da ciò che gli spettava come uomo, come padre e come insegnante. Ma in fin dei conti Stoner ha scelto, anche i soprusi subiti, se avesse voluto avrebbe potuto rifiutarli, avrebbe potuto modificare il corso degli eventi, accettandone le conseguenze certo, invece preferito adottare una sorta di resistenza passiva, un adattamento alla vita funzionale forse solo al suo amore per lo studio e la conoscenza. Mi è venuto spontaneo paragonare Stoner ad un giunco, flessibile, cedevole e malleabile, ma incredibilmente forte perché non si spezza nonostante tutte le avversità.
La storia mi ha lasciato addosso una sorta di magone, la tristezza dell’ineluttabilità; soprattutto la parte finale è stata molto dolorosa da affrontare, la semplicità e la verità che ho trovato nella descrizione degli ultimi giorni di vita del protagonista mi hanno commossa fino alle lacrime, mentre leggevo avvertivo quelle parole reali come se stessi vivendo io quegli attimi. Leggere l’ultimo capitolo di questo libro è come immergersi nel corpo e nella mente di un moribondo, credo che l’avvicinamento alla morte per malattia sia proprio così come Williams l’ha descritta.
Nella postfazione Peter Cameron scrive “È un libro piccolo, dalle modeste ambizioni, ma affronta ed esplora gli interrogativi più imprescindibili e sconcertanti che ci è dato di conoscere: perché viviamo? Che cosa conferisce valore e significato alla vita? Che cosa vuol dire amare?” e ancora “Stoner attraversa con grazia leggera e delicatezza il cuore del lettore, ma la traccia che lascia è indelebile e profonda”; concordo pienamente con lui, questa figura dall’aspetto mite è dotata di una forza inimmaginabile, di uno spirito di sacrificio enorme, di un amore per lo studio fortissimo, di una capacità di comprensione ed accettazione fuori del comune.
Quando mi sono chiesta perché Stoner non si ribelli ad alcune situazioni come prime risposte mi sono data per quieto vivere e per mancanza di carattere, poi, riflettendoci e tentando di immedesimarmi in lui, sono arrivata alla conclusione che abbia sopportato tutto a causa della sua grande capacità di comprendere, di riuscire a non giudicare ed a portare dentro di sé gli altri.
Il rapporto con la moglie è tremendo, eppure lui si adatta a questo matrimonio come se fosse di gomma, allargandosi e restringendosi al bisogno, sapendo esserci quando necessario e arrivando a scomparire per la pace familiare. In questa postura devo dire che non lo condivido affatto, questa mancanza di assertività a mio parere non è un pregio, posso arrivare a capirlo ma non a reputarlo nel giusto. Non condivido la scelta di abdicare dal rapporto con la figlia, permettendo a questa moglie anaffettiva di rovinarla emotivamente facendone un suo clone, così come condivido poco anche la sua rinuncia alla donna che ama in nome del restare fedeli a loro stessi: “Io non potrei più insegnare, e tu, tu diventeresti qualcos’altro. Entrambi diventeremmo qualcos’altro, qualcosa di diverso da noi. Non saremmo niente. <...> È la paura di distruggere noi stessi e tutto quello che facciamo”; posso arrivare a capire, ma continuo a pensare che la strada da percorrere avrebbe potuto essere un’altra.
Sinceramente, nonostante la rabbia provata nei suoi confronti, non riesco nemmeno a crocifiggere Edith, la moglie, per quanto pensi che una donna così deleteria avrebbe dovuto essere arginata in qualche modo. La cosa che mi addolora è che in parte mi ritrovo in questa figura drammaticamente infelice, in questa donna “con una durezza e una fragilità dovute a un contegno inflessibile che faceva apparire ogni suo movimento rigido e forzato” ed è forse per questo che non riesco ad odiarla pienamente. Riscontro in Edith un’incapacità di percepirsi per come sia in realtà, mi fanno pena la sua disperazione e la sua sofferenza che purtroppo sfoga rovinando la vita a chi le sta intorno,  adotta strategie di premura ( volute o inconsapevoli) verso le quali il marito si sente impotente, verso le quali non riesce a ribellarsi, rispecchiarmi in alcuni suoi atteggiamenti maniacali mi ha fatto riflettere anche su me stessa e in un certo senso spero che ciò aiuti a migliorare alcuni aspetti del mio modo di affrontare la vita.
Altro personaggio irritante del romanzo è Lomax, un uomo che usa la sua intelligenza sotto forma di astuzia per distruggere letteralmente la carriera di Stoner, un uomo che ha una capacità tale di rivoltare la frittata che lascia il nostro anti-eroe quasi ammirato : “«Mio dio», disse, «che modo hai di presentare le cose…Certo, tutto quello che dici è successo, ma non c’è niente di vero. Non nel modo in cui lo descrivi».”
E anche con Lomax come con la moglie Stoner cede, si ritira, si adegua, continua a fare quello che ha sempre fatto fin da giovane, si sacrifica. Ciò che accade con Lomax mi ha fatto venire in mente la canzone di De André “Un giudice”, nella quale un uomo affetto da nanismo, una volta ottenuta una carica di potere, sfoga sugli altri tutte le sue frustrazioni e si vendica della crudeltà della vita nei suoi confronti. Questa parte del romanzo mi ha fatto molto riflettere su quanto sia difficile essere obiettivi nei confronti di chi è “diverso”, di quanto a volte nella volontà di essere giusti e corretti nel giudizio si finisca invece per discriminare al contrario, per apparire agli occhi degli altri aperti e  imparziali verso chi ha difetti fisici o psichici. Per mostrare che abbiamo la capacità di trattare tutti in modo equanime finiamo per incorrere nell’errore opposto e favorire chi in apparenza parte svantaggiato. E questo Stoner non lo fa, valuta solo le conoscenze effettive dei suoi studenti senza favoritismi e la sua onestà intellettuale gli costerà molto cara; la moglie stessa lo liquida con questa frase: “Avresti dovuto pensarci prima, e pensare alle conseguenze. Era uno storpio».
Mi sento di affermare che alla fine l’unico vero grande amore a cui Stoner non abbia mai rinunciato è quello per la cultura e per l’insegnamento, ha sopportato ristrettezze e sacrifici enormi per poter studiare non appena ha capito quanto fosse importante per lui, e in nome di ciò ha permesso a tutti di relegarlo negli angoli, perché in fin dei conti non ha mai cercato un riconoscimento tangibile bensì una coerenza con se stesso e con ciò in cui credeva. Sul letto di morte, quando osserva la sua vita e come debba  apparire fallimentare agli occhi altrui, si sente in pace con se stesso : “La coscienza della sua identità lo colse con una forza improvvisa, e ne avvertì la potenza. Era se stesso, e sapeva cosa era stato.”
Ecco, questo è un libro in apparenza semplice ma che sfiora talmente tante situazioni della vita che se ne potrebbe parlare all’infinito, e mi rendo conto che oltre a non essere stata sintetica avrei ancora molto da scrivere in merito, ma voglio fermarmi qui, nella speranza che il mio commento possa invogliare a leggere questo gioiello della letteratura americana e possa essere spunto per riflessioni e conversazioni tra lettori.
Ho già inserito alcune citazioni nell’esposizione delle mie riflessioni ma rivorrei riportarne ancora qualcuna.

“ Sua madre sopportava la vita con pazienza, come una lunga disgrazia destinata a finire.”

“Una guerra non solo uccide qualche migliaio, o qualche centinaio di migliaia di giovani.
Uccide anche qualcosa dentro le persone, qualcosa che non si può più recuperare. ”

“Deve ricordare chi è e chi ha scelto di essere, e il significato di quello che sta facendo”

“Non finiva di meravigliarsi per la facilità e la grazia con cui i lirici romani accettavano l’idea della morte, quasi che il nulla con cui si confrontavano fosse un tributo doveroso agli anni goduti in terra. E lo stupivano l’amarezza, il terrore e l’odio malcelato di certi poeti cristiani, appartenenti alla tradizione latina più tarda, davanti a una morte che, seppur vagamente, prometteva loro un’estasi eterna – come se la morte e la promessa non fossero che una beffa che gli rendeva amara la vita.”

“Mentre sistemava la stanza, che lentamente cominciava a prendere forma, si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, come un segreto di cui vergognarsi, aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere a un luogo, ma che in realtà rappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio.”

“Era un’idiozia, e lo sapeva, ma non protestò: sarebbe stato scortese. In fondo non era un gran fastidio e valeva la pena di sopportarlo, se poteva distrarli tutti dalla consapevolezza dell’ineluttabile.”


lunedì 2 giugno 2014

Middlesex di Jeffrey Eugenides

Copertina di Middlesex
 Più leggi e peggio è

Più libri leggo e più trovo similitudini, più trovo similitudini e più ho la sensazione che gli scrittori si copino l'uno con l'altro… Scoperta geniale non è vero?
A parte gli scherzi, l'inizio di questo libro mi ha ricordato vagamente "Quando Teresa si arrabbiò con Dio" altro libro che ho abbandonato. Seppur il primo centinaio di pagine fosse abbastanza interessante vi ho trovato comunque degli elementi di disturbo, il solito incesto (stavolta tra fratelli) e le solite violenze a danno di persone inermi... Ecco, non ho voglia di leggere queste storie, sono stanca di certi argomenti. Nel proseguire del racconto c'è stato un cambiamento tematico tuttavia ho trovato il racconto un po' noioso, non mi ha appassionata, mi sono fatta sgomentare dalla sua lunghezza ed ho realizzato che non avevo nessuna voglia di proseguire nella lettura. Peccato, leggendo la trama ero stata incuriosita dall'0riginalità cromosomica del protagonista, ma il libro mi ha delusa, e poco importa se ha vinto il Pulitzer.

Zia mame di Patrick Dennis

Copertina di Zia Mame

Simpatia forzata
Dopo aver letto molti elogi su questo libro ho deciso di leggerlo per passare momenti piacevoli e di svago. Di fatto ho ottenuto l'effetto contrario.
A ME questa Zia Mame MI irrita.
Una donna del genere mi può rimanere simpatica un minuto o al massimo il tempo di un racconto, ma leggerne per oltre 350 pagine è decisamente troppo, non mi fa sorridere, non mi diverte. Questa mi pare una storia un po' superficiale alla stregua di molte altre attuali dello stile Kinsella, con la differenza che essendo stata scritta negli anni '50 ha avuto modo di darsi un tono più intellettuale rispetto ai libri contemporanei dello stesso tipo.
Ho abbandonato la lettura dopo un centinaio di pagine.